La Catalogna vota per la secessione dalla Spagna

La Catalogna ieri ha votato per l’indipendenza. Mariano Rajoy: «Utilizzeremo lo stato di diritto per impedire che questa sfida alla democrazia si compia. Metteremo in marcia tutti i meccanismi che la legge ci concede. E’ un tentativo che disprezza la pluralità spagnola. Ma i cittadini stiano tranquilli: la Catalogna resterà in Spagna e in Europa. Siamo una democrazia avanzata». Alla faccia della democrazia: si scrive democrazia, si legge tirannide.

Il Parlamento catalano ha approvato lunedì 9 novembre una risoluzione che ha avviato il processo per creare una Repubblica Indipendente della Catalogna di Spagna, a partire dal 2017. I risultati quasi definitivi delle elezioni del 27 settembre scorso hanno infatti conferito la maggioranza del parlamento regionale a entrambe le parti che sostengono l’indipendenza della Catalogna. Questa regione del nord-est della Spagna non è mai stata uno Stato sovrano, ma negli ultimi decenni ha visto accrescersi la domanda di indipendenza.

Il nazionalismo catalano è apparso relativamente tardi: nel 1932 un movimento repubblicano che si oppone alla monarchia porta alla creazione di un governo catalano, chiamato Generalitat. Soffocato sotto la dittatura di Franco, la Generalitat viene ripristinato nel 1977 e nel 2005 il parlamento catalano approva un progetto di autonomia. Il sentimento nazionalista resta ampiamente minoritario fino al 2010, quando un testo che intendeva ampliare l’autonomia della regione e riconoscere l’esistenza della “nazione” catalana viene respinto dalla Corte costituzionale di Madrid. In segno di protesta, un milione di persone hanno marciato a Barcellona. Numeri molto significativi, considerato che la regione conta 7,5 milioni di persone in tutto. In seguito, il nazionalismo si è intensificato e la sua festa nazionale, la Diada (il giorno nazionale della Catalogna), quest’anno ha richiamato più di un milione di persone. Ma perché questa regione vuole l’indipendenza? Se lo può permettere?

Cosa rappresenta la Catalogna in Spagna?

Si tratta di una delle più potenti e più ricche regioni della Spagna. Pur rappresentando il 16% della popolazione spagnola, i catalani producono circa il 20% della ricchezza del paese. Un quarto delle esportazioni spagnole nel 2014 sono partite della Catalogna. Con il porto di Barcellona, ​​la Catalogna rappresenta uno dei più grandi snodi commerciali del Mediterraneo. Ha quattro aeroporti internazionali, un’industria farmaceutica competitiva ed è sede del quartier generale di importanti multinazionali come Mango, gigante del tessile. Il tasso di disoccupazione, certamente elevato, rimane comunque inferiore alla media nazionale: nel secondo trimestre si è attestato al 19,1% della popolazione attiva, contro il 22,4% nazionale.

A livello politico e amministrativo, come le altre comunità autonome (Andalusia, Isole Canarie, Galizia, ecc), la regione ha il suo Parlamento e il suo Governo, che si occupa in particolare di sanità, istruzione e servizi sociali. E ha anche le sue forze di polizia.

Bandiera catalana
in termini di radici culturali, la Catalogna ha anche una propria lingua, il catalano, più parlato dello spagnolo (castigliano), ha il suo inno, Els Segadors (i mietitori) e la sua bandiera, a strisce alternate rosse e oro.

Quali sono le sue rivendicazioni indipendentiste?

Pesantemente in debito per la somma di quasi un terzo del suo PIL, la Regione sostiene che non sarebbe in deficit (il deficit pubblico era pari al 2% alla fine del 2013) se il sistema di ridistribuzione spagnolo, secondo il quale le province più ricche danno a quelle più povere, fosse calibrato meglio in suo favore.

Secondo i calcoli della Generalitat nel 2011, la differenza tra ciò che la regione paga in tasse a Madrid e quello che riceve dallo Stato è di circa l’8,5% del Pil catalano. Un contributo contestato dal governo, che parla di una cifra inferiore della metà: circa il 4,3%.

Oggi la regione gestisce autonomamente circa la metà delle imposte, il potere centrale l’altra metà. Le forze nazionaliste vorrebbero adattare il sistema già in vigore nei Paesi Baschi: la gestione autonoma di tutte le imposte, creando una sorta di cassa unica regionale, dalla quale versare poi una quota di Madrid sulla base dei servizi prestati allo Stato Catalogna, e un contributo di solidarietà territoriale (per le regioni meno ricche).

Oltre alla questione fiscale, i separatisti hanno anche rivendicazioni culturali: sono contro la legge nel 2012 che ha introdotto l’uso della lingua spagnola nelle scuole. Il ministro dell’istruzione José Ignacio Wert l’aveva anche chiamata “ispanificazione” dei giovani catalani, una dichiarazione che aveva risvegliato brutti ricordi tra coloro che avevano vissuto la presa della regione da parte dei franchisti durante la guerra civile e la repressione dell’identità catalana.

Perché può essere complicato

Dal punto di vista del processo politico, diversi ostacoli si frappongono sul cammino dell’indipendenza catalana. Innanzitutto, i separatisti hanno vinto sì le elezioni con una maggioranza di 72 seggi su 135, ma non hanno ottenuto la maggioranza assoluta dei voti (47,8%) e non si sono accordati sul futuro presidente della regione. L’estrema sinistra rifiuta il candidato della coalizione indipendentista, Artur Mas, Presidente uscente.

Il primo ministro conservatore, Mariano Rajoy, che ha convocato una riunione straordinaria del consiglio dei ministri per l’11 novembre, ha annunciato la sua intenzione di presentare un ricorso urgente alla Corte Costituzionale per invalidare la decisione. Quest’ultima è in conflitto con l’articolo 2 della Costituzione (l’unità della nazione e il diritto all’autonomia), che riconosce il diritto all’autonomia regionale, ma non l’indipendenza, secondo il principio di unità indissolubile della nazione.

La Corte costituzionale, tuttavia, ha riconosciuto ai catalani il “diritto di decidere” secondo le loro “aspirazioni politiche“, ma la revisione della Costituzione si può esercitare solo una volta. Si tratta tuttavia di un processo complesso che richiede la maggioranza in entrambe le camere del Parlamento, cosa che i separatisti non hanno.

Inoltre, come nel caso della Scozia, sarebbe difficile dire se un Catalogna indipendente potrebbe entrare nell’Europa Unita. Bruxelles ritiene da molto tempo che la secessione di una regione facente parte dall’inizio di uno stato membro dell’Unione Europea comporterebbe automaticamente la sua uscita dal blocco dei 28 paesi. “Una nuova regione autonoma, in virtù della sua indipendenza, diventerebbe un paese terzo rispetto alla UE e potrebbe quindi presentare la sua candidatura per diventare un membro dell’Unione“, ha spiegato il portavoce dell’esecutivo di Bruxelles, Margaritis Schinas, la settimana scorsa.

Infine, una questione pur sempre rispettabile: dove giocherebbe il Barça? Il campione di Spagna e tutti gli altri club catalani sarebbero in effetti esclusi dalla Liga spagnola in caso di secessione della regione.

Una secessione favorirebbe la Catalogna?

La banca Natixis ha affrontato la questione in una analisi pubblicata un anno fa e ritiene che a Barcellona avrebbe anche molto da perdere da una secessione. Nella fattispecie: calo delle esportazioni, con l’applicazione della tariffa doganale comune e la comparsa di costi di transazione; rischio di abbandono delle società con sede in Catalogna che intendono accedere al mercato unico; riduzione della quantità di investimenti diretti esteri (realizzati per l’80% da entità europee).

A livello nazionale, i conseguenti attriti con l’autorità centrale sarebbero rischiosi per la Catalogna: la metà del commercio catalano avviene con il resto della Spagna. Il governo catalano ha a sua volta emesso una nota sulle “relazioni commerciali tra la Catalogna e la Spagna“, dove si parte da ipotesi meno pessimistiche, concludendo che l’impatto della diminuzione delle esportazioni catalane verso la Spagna sarebbe solo del 2%.

Natixis ha anche rilevato che si pone la questione del mantenimento dell’euro come valuta nazionale, che aggiunge incertezza circa la fattibilità di un nuovo Stato catalano. Inoltre, la regione rimarrebbe fragile finanziariamente: non potrebbe finanziarsi sui mercati e non ha attualmente come sola banca che Madrid.

Questo era Le Monde. Ora confrontatelo con il trafiletto a pagina 19 del Corriere della Sera di oggi:

4 Responses

  1. Clesippo Geganio ha detto:

    l’indipendenza non se la può permettere come altre regioni in Europa, mentre il resto del mondo si coalizza-unisce-solidarizza in macro aree con trattati come il TTIP ed altre tipologie tra Paesi e intere aree continentali, i soliti furbetti tentano di fare il contrario, riducendosi a micro area per coltivare il proprio orticello, non capendo o facendo finta di non sapere che “l’acqua” essenziale per rendere florido l’orticello la pagheranno a caro prezzo.

    I macro sistemi produttivi, economici e finanziari la stanno facendo pagare a noi europei figuriamoci se una piccola regione con 7 milioni di abitanti riesca a tener testa al mostro con 140 teste-holding che dominano il Pianeta.

    • Tiziano ha detto:

      Da parte dei sistemi macroproduttivi E’ più facile e conveniente trattare con una unica entità (europa) o con 100 piccole realtà?
      Il TTIP è più facile imporlo a 100 piccole entità (imponilo agli Ungheresi) o ad un unità entità che le raggruppa?
      Costa meno pagare un pool di persone che appartengono ad una commissione o 100 pool di persone?
      Ci sono holding che dominano il pianeta proprio perchè ci sono realtà come questa europea più facile da soggiogare.
      Documentarsi su come l’Islanda è riuscita ad uscire dal giogo delle finanza globalizzata ed è sicuramente più piccola della catalogna numericamente.

    • Clesippo Geganio ha detto:

      con una o cento realtà il risultato non cambia sotto la pressione positiva o negativa dei soldi, chi detiene il potere adotta il principio del regalare soldi per corrompere le coscienze di chi li riceve.
      Infatti non si comprano/corrompono Paesi ricchi ma quelli poveri oppure indebitati come l’Italia, per di più con una classe politica e dirigente di balordi al comando da oltre vent’anni che ha devastato l’economia e distrutto scientemente il tessuto sociale e culturale che dal 1861 si tentava con fatica di costruire per trasformare cento piccoli orticelli in una nazione coesa e decisa a far valere i propri diritti e doveri poi sanciti nel 1947.

      Ribadisco il concetto per essere chiaro, la “politica” italiana sta applicando da decenni il più infame dei delitti che si possano perpetrare verso il proprio popolo, adoperare ogni mezzo lecito ed illecito per disgregare, lacerare, frantumare (divide et impera) ogni possibilità di unire principi e valori comuni nei quali 60 milioni di persone possono riconoscersi in eguali diritti e doveri.
      Nel dopoguerra con gli stessi principi di unitarietà fu costituita la Comunità Europea, ma constatiamo da anni che quella stessa “politica” condotta da criminali ci ha venduti al mattatoio delle corporazioni economiche e finanziarie, per ridurci in hamburger in ogni senso.

      Come succede in natura il forte mangia il debole, così per le minoranze “etniche” cercare l’indipendenza sarebbe un suicidio, si faciliterebbe il compito a quei “politici” macellai padroni del mattatoio.

    • Clesippo Geganio ha detto:

      l’Islanda splendida isola non ha appeal economico-finanziario-capitalistico né geografico strategico commerciale né militare, tanto meno risorse naturali ghiotte per il sistema consumistico industriale multinazionale.